Alla Tenace Braccatura dello Spiedino

Basta. Aldilà della poesia fatalista di Kodoku no Gourmet a cui si ispira questo blog, ci sono posti dove voglio volontariamente andare a mangiare, capite, non necessariamente trovarmici dentro perchè mi ci porta la fame.

Quindi questo mese, messa nuovamente di fronte all'impossibilità di andare dove voglio perchè è il momento del "siamo aperti solo di sera e se siete fortunati a pranzo solo nel fine settimana", mi sono impuntata, ed approfittando di una giornata in cui staccavo presto da lavoro mi sono portata un cambio d'abiti e a pranzo sono andata a mangiare in un posto che avevo addocchiato da tempo ma a cui non sono mai riuscita ad andare a causa di questa recente, sciagurata "politica"--

Vi starete chiedendo quale location di lusso abbia solleticato così tanto il mio spirito-- Beh, no, si tratta di una "semplice" spiedineria. Uno di quei posti inaugurati con lo spirito della novità che sono cicciati come funghi in questi ultimi anni da queste parti; si tratta di locali che fingono di essere "alla mano", ma in realtà propongono menù estremamente studiati, in cui è molto facile lasciare un trentino se ci si distrae-- Ma viste le assurdità a cui mi sono costretta quel giorno, l'intenzione era mangiare, assaggiare tutto e lasciarmi andare alle novità... Sì, me lo sono meritato.

Mi accomodo al mio solito tavolo per due riadattato in solitaria e sbircio il menu, dopo che me ne hanno portato uno cartaceo davanti alla mia costernazione di recuperarlo attraverso QR code (altra eredità del Covid di cui farei a meno)-- La peculiarità di questo ristorante, è che gli spiedini vengono serviti in formato leggermente più grande di quello degli arrosticini-- C'è quindi la possibilità di provare più pietanze e combinazioni senza esplodere, ma alzarsi comunque dal tavolo soddisfatti.

Ordino quindi la mia selezione: prendo dieci spiedini di pecora come "riempitivo", e poi alcuni da provare subito: Angus, fegato e cipolla, pollo panato. Ordino poi lo spiedino di carciofo alla Giudia, la specialità stagionale, e su invito del cameriere prendo anche lo spiedone di patata, ricavata da un'intera patata tagliata a spirale, un classico dello street food da sagra di paese-- Perchè no.


Arrivano i primi spiedini; a sorpresa, il cameriere mi spiega che vanno mangiati seguendo un preciso ordine: prima quello all'Angus, poi quelli di pecora, alla fine il fegato e il pollo. Insieme al "coccio" dove sono conservati gli spiedini per mantenerne il calore, arriva un vassoietto di accompagnamento con del pane casareccio accarezzato d'olio.
Sono un pò delusa, volevo iniziare da quelli particolari e poi procedere con il "riempimento", ma mi attengo al manuale seguendo le indicazioni; prima portata, spiedino di Angus ed i primi di pecora.


Addento con curiosità la carne della pregiata bistecca in un formato così insolito, ed è subito home-run verso il cuore: morbida, inspiegabilmente succulenta, deliziosa. La cottura superba lascia ben poche lamentele sul formato, e anche se privata del proverbiale sangue, mantiene tutta la sua autenticità. Un profumo, un gusto-- Una gioia totale per il palato, me la pomicio serenamente, godendomela come dovuto.

Passo ai primi "arrosticini oversize"-- Buoni, belli impastanti nel loro succo, alterno un boccone di carne ad uno di pane, affidandomi all'esatta alchimia del buon mangiare, alla ricetta della felicità più semplice e vera.

Decido di assaggiare un pò di patata come intermezzo, anche perchè poi si fredda troppo.
Croccante, sfiziosa, forse un pò troppo salata. Niente di particolare, ma ci sta tutta.

In quel momento arriva anche il carciofo. A sorpresa, le foglie fritte non sono infilzate nello spedino, ma lo spiedino corre lungo il gambo dell'intero carciofo fritto, facendolo sembrare un fiore sbocciato. Tra i petali, una fettina di limone crudo. Un'esposizione senza dubbio interessante.
Noto l'olio che goccia sul tavolo. Sorrido mentre continuo a pasteggiare con la pecorella.

Passo quindi alla terza consumazione di spiedini.
Per questo inning continuo con la pecora, e mi lascio per ultimi il fegato e il pollo.


Continuo a viziarmi con l'ormai famigliare sapore della pecorella, alternata al pane inzuppato di olio crudo; è un rituale felice che vorrei non finisse mai, ma il coccio si svuota velocemente-- Arrivo al fegato con la cipolla, assaggio con aria di sfida: non mi piace il fegato, in realtà, ma perchè non sperimentarlo? Il sapore, anche da grigliato, è sempre quello, quel retrogusto tartufato che sa' di viscera; continua a non piacermi, ma lo spazzolo comunque senza indugio, lavandomi un pò la bocca con acqua e patata.
Passo al pollo, un sapore simpatico che non tradisce mai. Noto che i bocconcini non sono panati singolarmente, ma solo ricoperti di pan grattato, e poi cotti uniformemente sulla griglia. Buoni, ma niente di trascendentale. Il pollo è infatti un amico fedele, ma proprio per questo lo si conosce fin troppo bene, e non lascia molto spazio alla fantasticheria.

E' quindi l'ora del carciofo.


Ad una prima analisi, vedo che non si tratta del necessario carciofo romanesco; il cameriere mi aveva avvertito di non accanirmi troppo sulle foglie più esterne perchè si tratta degli ultimi carciofi in circolazione, quindi sono un pò più "duretti" del solito, ma il punto è che si tratta semplicemente del carciofo "sbagliato" per questa ricetta.

Ma fa nulla.
Il mio modus operandi non cambierà certo per questo motivo.

Di norma, i carciofi alla Giudia vanno consumati prima mangiando le foglie più esterne e durette con le mani, poi usare coltello e forchetta per assaltarne il cuore.
Io amo tenerli a testa in giù e sezionarli in spicchi partengo dal centro verso l'esterno, come fossero dei tortini: è fondamentale per me sentire il contrasto tra la croccantezza della foglia e la pastosità del cuore. Devo gustarmi entrambe le consistenze al tempo stesso. Quando la differenza non è troppo accentuata, è un ottimo carciofo alla Giudia altrimenti-- Beh, è comunque un attimo carciofo.
Mi vedo costretta a lasciare nel piatto un paio delle foglie più esterne, dure ed immangiabili, rassegnata.

Il pranzo si è rivelato sinceramente soddisfacente.
Al ritorno del cameriere, chiudo col classico caffè e non rifiuto l'offerta di un liquorino alla ciliegia della casa.


Distratto dagli avventori di un altro tavolo, il cameriere praticamente mi lancia caffè e amaro sul tavolo, in un gesto poco accorto. Confesso di esserci rimasta un pò male.
Fortunatamente il liquorino mi consola facilmente, distraendomi dalle brutture della vita.

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